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Conversazione con Rosalba Satta , a cura di Alen Loreti

Premessa

Rosalba Satta è nata a Nuoro. Figlia d’arte – suo padre è il poeta “in limba” Franceschino Satta – ha iniziato a scrivere poesie all’età di quattordici anni. Sposata, con due figli, Rosalba insegna nelle scuole elementari da oltre trent’anni e da circa vent’anni porta avanti un progetto di sperimentazione alla scrittura poetica dei bambini intitolato A scuola con la poesia.

Nel 1986 ha pubblicato il suo primo libro, Poesie, con prefazione di Mario Lodi e del poeta nuorese Giovanni Piga. È stata Assessore alla Pubblica Istruzione alla Cultura e allo Spettacolo del Comune di Budoni.

Rosalba ha condiviso con Terzani un breve epistolario via e-mail, ma non è questo il motivo per cui l’ho contattata. Ciò che mi ha spinto a intervistarla è stata l’origine, il seme particolare che ha fatto nascere questa corrispondenza: la poesia.

Ho interrogato Rosalba non tanto per sapere ciò che Terzani le ha scritto quanto per capire cosa le è rimasto dentro da questo incontro. Mi interessavano i suoi pensieri, le sue emozioni, il suo vedere il mondo. Queste sono emozioni personali – dirà qualcuno – certo, ma quelle emozioni, secondo me, appartengono a tutti: perché di fronte alla poesia e alla pace nessuno di noi può dirsi estraneo. E Rosalba, con la propria esperienza di insegnante ed educatrice, mi pare abbia colto quella “buona occasione” citata da Terzani: l’occasione di preparare i bambini ad un altro giro di… poesia, e quindi, di vita.

Sbirciando dietro porte proibite, ascoltando indovini, augurando la buonanotte alle malate ideologie del secolo scorso e scrivendo lettere di pace, Terzani ci ha allungato una mano. Sporgendosi dalla sua giostra, ci ha invitato a salire. Rosalba, con intelligenza e candore, non ci ha pensato due volte. Ha teso la propria mano ed è salita. Buona lettura,

Àlen Loreti

Dalla poesia alla pace

Loreti. – Tu insegni nelle scuole elementari da oltre trent’anni e da circa vent’anni porti avanti un progetto di sperimentazione alla scrittura poetica intitolato A scuola con la poesia. Vorrei che mi parlassi di questo progetto perché si lega magnificamente non solo al tuo scambio di e-mail con Terzani, di cui parleremo più avanti, ma anche ad un’immagine precisa che Terzani ha dell’uomo. Difatti nell’introduzione al libro La guerra del cartello – contrasto poetico attizzato da tiziano terzani (Société Éditorial Mapsulonnaise, 2002), egli scrive: “Nel cuore dell’Uomo c’è un bambino e quello parla di una lingua antica: la poesia. La sua voce è semplice e pura, ma oggigiorno quasi non gli esce più dal petto, soffocata com’è dalle mille zavorre della vita. Scuola, società, convenzioni, lavoro, televisione, pretese di serietà e telefonini imbavagliano ogni giorno di più quella creatura e la mettono a tacere. Anche quando, per esuberanza , quella cerca di farsi sentire, nessuno le presta più l’orecchio, perché tutti siam presi e rintontiti ad ascoltare l’assordante rumoreggiare del mondo che, pur assurdo e inutile, ci par tanto importante. Eppure quel bambino dentro di noi è il miglior compagno, il miglior amico e maestro che abbiamo. E siam fortunati, perché quel bambino non invecchia mai e, anche quando sembra averci abbandonati, è sempre lì, nascosto, sempre pronto a giocare, a ridere, a divertirsi. Basta, anche senza saperlo, dargli l’occasione di uscire allo scoperto.”

Dunque Rosalba, da dove nasce questa bellissima idea di avvicinare i bambini alla poesia?

Satta. – L’idea è nata da un’esigenza: quella di porre rimedio a un’ingiustizia. Più esattamente: a una violenza. Per troppo tempo nelle aule scolastiche la poesia è stata all’angolo, mortificata , relegata generalmente a fine settimana. Si ricorreva quasi sempre alla così detta poesia stagionale, natalizia e pasquale. Poesie di poeti morti da tempo, poesie da imparare obbligatoriamente a memoria e da trasformare all’occorrenza in “versione in prosa”. Tutto ciò diventava oggetto di valutazione. Che la poesia piacesse o meno, che fosse capita o meno, era del tutto secondario. Insomma, era il modo più semplice e più efficace per imparare, se non a odiare la poesia, a non amarla. Accadeva ogni tanto di imbattersi nella poesia di Rodari, di Lodi, di Piumini, di Lorca… poesie capaci di lasciare un segno e di far provare un sussulto. Ma era un caso. Un piacevole incidente. Il mio obiettivo è stato allora quello di restituire il sorriso alla poesia, e perciò agli alunni, mescolando le carte, creando disordine.

Era necessario aprire le finestre e le porte dell’anima degli alunni al vento della creatività e invitarli a dire e scrivere i loro versi, dopo averli abituati, ad esempio – senza imposizioni e richieste assurde – alla bellezza della poesia di Montale recitata da Foà. “Ho sceso, dandoti il braccio almeno un milione di scale…”. Con questi versi e con la voce di Foà, venivano accolti gli alunni in classe. E gli alunni ascoltavano. O forse non ascoltavano. Ma la poesia di Montale e la voce di Foà erano il saluto mattutino, il “benvenuti in classe”. Non c’era, dopo, una richiesta, una domanda, un voto.

Un giorno feci finta di dimenticare di infilare il nastro nello stereo. Fiorella – un’alunna di seconda elementare – mi domandò perché non facessi loro ascoltare la poesia. Continuai a far finta di non capire. “Quale poesia?”, chiesi. La recitò tutta. E la recitò bene. Straordinariamente bene. E poi la commentarono. Dissero cose stupende. Avevano solo sette-otto anni.

Da allora la poesia non diede solo l’avvio al nostro quotidiano scolastico, ma diventò il fulcro intorno al quale giravano tutte la discipline, matematica compresa!

Loreti. – Questo progetto come si è sviluppato?

Satta. – Per invitare gli alunni ad “aprirsi” in maniera poetica e ad esprimersi in versi, ho utilizzato – insieme alla passione ereditata da mio padre, uno straordinario padre-poeta – un metodo aperto: le tecniche di sperimentazione alla scrittura poetica dei bambini di Kenneth Koch, il poeta americano che per primo ha elaborato un metodo di insegnamento della poesia ai ragazzi.

Si inizia con una poesia collettiva dei desideri, invitando gli alunni a rispondere al verso stimolo “Io vorrei…”. Si passa poi alle poesie singole dei desideri, alle poesie dei sogni, alle metafore, alle similitudini, per arrivare man mano che gli anni passano, ai limerik , agli acrostici, agli aikù.

È un percorso piacevolissimo, atteso dagli alunni che serve – come ricorda Terzani – “a giocare, a ridere, a divertirsi”. Serve a rafforzare l’autostima, a vedere, a scoprire il mondo, ad ampliare il proprio orizzonte culturale in maniera realmente creativa. Da protagonisti.

Per evitare che tale lavoro restasse nel chiuso delle aule scolastiche – ci fu un periodo in cui tale metodo di sperimentazione alla scrittura poetica vedeva coinvolti gli alunni delle materne, delle scuole elementari e delle medie – era necessario costruire quella che in seguito amammo definire “rete poetica”: cioè un coinvolgimento graduale dei genitori, dei nonni, delle persone dei paesi limitrofi sensibili al discorso poetico. E non solo.

Per farla breve: grazie alla poesia siamo entrati in contatto epistolare con altre scuole della penisola che portavano avanti progetti simili, ed anche con Mario Lodi, Lucia Tumiati, Marcello Argilli, Albino Bernardini, tanto per citare solo i nomi degli scrittori per l’infanzia più conosciuti e più amati. E con Tiziano. Da oltre cinque anni poi, mandiamo i nostri lavori a Teresa Sarti, presidentessa di Emergency, nella speranza che le nostre riflessioni poetiche raggiungano i luoghi più lontani, là dove maggiore è l’esigenza di un sorriso.

Puoi immaginare i battiti del cuore degli alunni quando hanno visto entrare in classe Lucia Tumiati, Albino Bernardini, Giulia Fossà, Gino Strada e Teresa Sarti? Un fotografo, presente all’incontro con Gino e Teresa, mi disse: “Pensavo che i bambini di oggi provassero gioia soltanto per l’acquisto di un telefonino o di un computer. Mai avrei creduto che si sarebbero emozionati così tanto per due persone che parlano di pace…”.

Loreti. – La pace, appunto. Quando Adorno disse “Dopo Auschwitz non si può più fare poesia”, un uomo comune, questo uomo, Primo Levi, ex-partigiano, ex-direttore di una fabbrica di vernici, ma sopratutto ex-deportato, disse: “No, proprio perché c’è stato Auschwitz, dobbiamo continuare a fare poesia”. Ti chiedo: per una maestra come te che ogni giorno è a contatto con i bambini, cosa significa “educare alla poesia”?

Satta. – La risposta è contenuta nella riflessione del fotografo Cottinelli e nelle righe di Terzani che tu hai riportato e che io condivido. Lo stesso concetto lo esprime anche l’animatore poetico Daniele Giancane nel suo stupendo La fragola è una faccia col morbillo. Egli sostiene che “in una società utilitaristica come la nostra, esprimere un atto disinteressato e senza finalità immediata, può essere davvero l’unica alternativa…”.

Educare alla poesia significa imparare, man mano, a tendere l’orecchio per ascoltare lo sbadiglio del tramonto, assaporare la sera, bere la pioggia, nutrirsi di musica. Sentire il silenzio degli ultimi. Riconoscere l’importanza del viaggio e non solo della meta; sostare, come ci ricorda Tiziano, per “liberarsi delle mille zavorre della vita”. Per imparare ad affrontare il mattino che viene – è sempre Terzani a ricordarcelo – con una risata. Per concludere la giornata con una risata. Per ricordarsi d’essere persone capaci di stupirsi.

Ricordi cosa disse nella sua ultima intervista rilasciata a Mario Zanot? “Mi piace l’idea che i problemi del mondo possano essere risolti un giorno da una congiura di poeti”. I miei alunni probabilmente non diventeranno poeti – non è mai stato questo il mio obiettivo – ma saranno in grado di capire la voce dei poeti. Sapranno coglierla, quando arriverà. E altri Neruda, altri Garcia Lorca, altri Montale, prima o poi, verranno… così come verranno altri Terzani. Perché anche lui è stato – ed è – un poeta: di poesia sono imbevuti i suoi libri. In questo periodo sto rileggendo Un indovino mi disse: pennellate, ritmo, musicalità, tutta poesia. Che tepore fra le sue righe! Tutte sensazioni delle quali, quasi ogni mattina, parlo ai miei alunni.

Una buona occasione

Loreti. – Mentre mi riportavi l’episodio dei bambini – ai quali fate ascoltare i versi dei grandi poeti -pensavo a come nelle scuole americane gli alunni vengano invece “allevati” a riconoscersi nella loro bandiera cantando l’inno nazionale ogni mattina. E questo succede in molti paesi del mondo. Penso ai bambini cinesi quando venivano “educati” ad identificare la grandezza di Mao con il sole, inaugurando ogni giornata di lezione con piccole marce al suon de L’Oriente è rosso. [vedi Giorni cinesi di Angela Terzani Staude, N.d.R.]. Ecco, questi sono solo i primi esempi che mi son venuti in mente, però se una società imparasse ad “inzuppare” i propri bambini nella poesia piuttosto che in una presunta educazione civica filo-patriottica, non sarebbe una educazione migliore? Forse da grandi avrebbero un senso dell’etica diverso, che ne pensi?

Satta. – Credo che soprattutto in tempi recenti sia stato più facile veder sventolare, negli ingressi e/o nelle finestre delle nostre case e delle nostre scuole, la bandiera della pace rispetto a quella tricolore. Così come è molto più facile che le giornate quotidiane degli alunni italiani prendano il via con una canzone di De Andrè o di Jovanotti e non con l’Inno di Mameli. E non perché noi italiani siamo meno amanti della Patria o migliori. Semplicemente siamo diversi, sia dagli americani che dai cinesi. E questo nonostante e a dispetto dei tentativi – recenti – di far rifiorire anche da noi un nazionalismo che rischiava di scaraventarci tra le ragnatele del passato.

Non dimentico il fatto che in un certo periodo – che risale solo a qualche anno addietro – fosse inizialmente proibito far sventolare nei luoghi pubblici, la bandiera della pace. Io – e non solo io – la misi ugualmente, non solo nella finestra di casa, ma anche a scuola. E a scuola la misi all’interno ed all’esterno, perché desideravo, desideravamo schierarci. Infatti, a dispetto del detto latino, ho sempre pensato che “nel mezzo” non ci sia sempre la virtù, ma spesso la mediocrità. In certi momenti e in determinate situazioni, diventa impossibile mediare, stare a guardare o lasciar fare. Si diventa complici di un sistema che, attraverso tentativi più o meno mascherati, cerca di mettere la museruola e il guinzaglio alle idee. E gli italiani, forse, sono disposti a sopportare tutto senza conato – perfino chi fa le leggi solo per sé, perfino chi si sforza di presentare per verità le bugie-inganni delle così dette guerre etiche, perfino la farsa del “meno tasse e più valori”, perfino la confusione crescente tra diritti e privilegi – ma non i paraocchi (che sono sempre una violenza anche quando messi a un cavallo o a un mulo) e le catene al pensiero.

Trovo molto bella e poetica la tua immagine dell’”inzuppare i bambini nella poesia”. Mi piace. Questi bambini cresceranno con un’etica diversa? Con uno sguardo diverso? Naturalmente, ci spero, e ciò mantiene intatto il mio entusiasmo, ma non sono sicurissima che accada: i “bombardamenti”e i condizionamenti quotidiani provenienti dall’esterno sono tanti e molta, troppa è davvero mondezza. Ci si sforza nel tentativo di indirizzare perfino i sogni dei nostri bambini. Sogni che devono andare là e non altrove. Non è facile non ascoltare la continua musica del flautista di turno, o dell’omino di burro di collodiana memoria che ti conduce con mille lusinghe nel Paese dei Balocchi. Ma la speranza – testarda – di un mondo altro, anche se a gomitate e col fiatone, riesce più facilmente a trovare uno spiraglio quando si cresce con la poesia. La poesia – quella che avvolge e sconvolge – non ha porte, recinti, muri di sorta. Non ha nazionalità. Federico Garcia Lorca non appartiene alla Spagna, ma all’umanità intera. E così Neruda, Montale, Eliot, Jimenez.

Loreti. – Veniamo al primo contatto con Terzani. Prima che tu lo contattassi, che idea avevi di lui? Avevi letto alcuni suoi libri? Raccontami il tuo “cammino” verso Terzani.

Satta. – L’idea che avevo di lui doveva essere, per forza di cose, luminosa, altrimenti non l’avrei mai rincorso via internet! Confesso, però, d’averlo “incontrato” per la prima volta solo dopo la tragedia, ripetutamente visibile e perciò reale (perché pare che le altre mille tragedie non visualizzate non esistano) dell’11 settembre del 2001.

L’otto ottobre del 2001 scrisse un articolo sul Corriere della sera come risposta alla lettera della signora Oriana Fallaci. Lettera quest’ ultima piena di fiele, violenza e solitudine, che mi aveva indignato non poco, perché stentavo a credere che qualcuno potesse, non dico scrivere, ma solo pensare in termini tanto volgari e violenti, in un momento in cui sarebbe stato non solo utile ma doveroso cogliere l’occasione della tragedia delle torri gemelle, “per fare – come scrisse poi Terzani – un esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini occidentali e magari fare finalmente un salto di qualità nella nostra concezione di vita.”

Era nato in me il desiderio di rispondere alla Fallaci – lo sentivo come un dovere al quale non potevo né volevo sottrarmi – ma sperai ardentemente che qualche giornalista, qualche intellettuale famoso, qualche scrittore, qualche persona con lo sguardo sereno, lo facesse anche per me, attraverso le pagine dello stesso giornale, affinché la gente capisse non solo che il mondo può essere osservato – e salvato – con occhi diversi, ma che spesso “da una situazione tragica – come amava ripetere padre Ernesto Balducci – l’uomo è capace di trovare una risposta creativa.”

Fu Tiziano Terzani a farlo. E fu allora che lo conobbi. Hai certamente presente la premessa di Federica Morrone al suo libro Regaliamoci la pace in cui scrive: “Uno dei doni più belli che la nostra esistenza ci concede, è la possibilità di riconoscersi, l’attitudine a condividere con altri una comune sensibilità .”

Bene: la magia del mio incontro con Terzani è tutta là, in quel “riconoscersi”. Mi ritrovai nel suo modo di dire. E mi piacque – e non poco – continuare a percorrere il “sentiero” in sua compagnia.

Solo dopo, cercai il suo nome su internet ed entrai nel sito di Max [Massimo de Martino, fondatore del Tiziano Terzani “Fun” Club, N.d.A.]. Trovai il suo indirizzo e-mail e cominciai a mandargli il mio “grazie” urlato, e le mie riflessioni, visto che nei vari articoli e dibattiti sulla pace, lo citavo sempre. E sempre solo dopo acquistaiLa porta proibita, Un indovino mi disse e, appena venne pubblicato, Lettere contro la guerra, per il quale scrissi la recensione che gli spedii via internet. Avendogli poi comunicato che la recensione era stata pubblicata da un settimanale sardo, mi scrisse di spedirgli l’articolo via posta. Cosa che feci. Insieme all’articolo gli mandai anche un libro-opuscolo che raccoglieva il lavoro scolastico di un anno, visto che in classe, parlando degli uomini di pace, avevamo parlato anche di lui. Fu allora che mi spedì la cartolina che conservo con cura.

Poi uscì, sempre sul Corriere della sera, un articolo di Piero Ostellino che attaccava Terzani, reo d’aver giudicato la Fallaci un caso clinico. Commentai l’articolo e lo spedii a Terzani, che mi rispose invitandomi a “spedire il testo direttamente a Ostellino e meglio alla stanza di Mieli” nella speranza – scriveva – ” che si apra una giusta ed aperta discussione”. Cosa che feci. Come risposta, il nulla.

Il nostro scambio di e-mail durò fino al 2 dicembre del 2002. Pur sapendolo lontano, ed intento a scrivere quella che poi sarebbe stata la sua ultima creatura, continuai a scrivergli. Soprattutto quando il mio pensiero tornava a bere l’acqua della sua fonte. Quando avevo voglia di comunicargli un’emozione. Quando ero indignata e cercavo conforto. Spesso da internet scaricavo suoi interventi ed era sempre piacevolissimo scoprirne le affinità.

Una per tutte. Ad una domanda di Federica Morrone, Terzani risponde: “Istintivamente mi sono sentito sempre intrappolato nelle cose organizzate. Sono sempre stato uno che va per conto suo, un solitario. I miei più grandi compagni nei viaggi sono stati i libri, non gli altri uomini. Eppure questo appello di Emergency mi ha stanato.” È ciò che accade anche a me… sento di avere, nel profondo, l’anima del cane sciolto. Allo stesso modo, l’unicità di Emergency ha fatto sì che uscissi dalla tana e scendessi in piazza perché – condividendo sempre il suo pensiero – “credo che questo sia il momento in cui bisogna farsi contare e poter dire “io c’ero”. Poi lessi il suo straordinario Un altro giro di giostra.

Anche allora scrissi la recensione che gli spedii con un abbraccio in più e, nonostante il finale che speravo diverso, con un sorriso in più, perché è un libro che ha un battito particolare. Dentro quelle pagine c’è tutta la bellezza della vita, che non è solo la sua vita. C’è la sua ascesa spirituale che con-divide con chi legge. C’è l’inizio del suo volo.

Il mio cammino verso Terzani continuerà, perché “chi respira non muore”, ed il suo respiro è nei suoi libri. Perché il nostro incontro è appena iniziato: ho ancora tanto di suo da leggere! Perché di lui parlerò, inevitabilmente e piacevolmente, con te e Max – che curate i siti a lui dedicati e organizzate incontri – con i miei alunni, con i miei figli, con le persone che amo e che stimo.

E infine perché ogni volta che guarderò il cielo e vedrò una nuvola, il mio pensiero tornerà al suo fiabesco e poetico vagabondare all’interno dell’anima.

E-mail contro la guerra

Loreti. – Nel documento pubblicato sul tuo sito scrivi: “Una e-mail, in particolare, mi è molto cara. Risale al 2 dicembre 2002. Il giorno prima gli avevo spedito un mio intervento, che avrei dovuto tenere a Nuoro, sulla pace. “Quando hai un po’ di tempo, leggilo” , gli scrissi, “E se ti va, fammi sapere…”. Mi rispose la mattina del giorno dopo:

“Carissima, hai scritto una cosa bellissima. Ti citerò nel discorso che dovrò fare alla fiaccolata del 10 dicembre. Anch’io, credimi, mi sento meno pazzo, meno solo, meno incompreso – persino da vecchi amici come Bernardo Valli, che sulla Repubblica deve scrivere di non essere un pacifista radicale come me – a leggere persone come te. Grazie.

Un abbraccio t.t.”.

L’inverno di cui parli fu segnato da un grande movimento di coscienze: erano momenti di sana tensione, di profondo impegno civile che tu hai vissuto parallelamente al suo. Ti chiedo: che Terzani percepivi in quei giorni? Ti va di parlarne?

Satta. – Sì, quelli erano momenti di sana tensione, di profondo impegno civile. Nella mia esperienza non ricordo di averne vissuto altri simili. Come poteva essere altrimenti? In quel periodo era possibile varcare il limite, oltre il quale c’è solo la via del non ritorno. Il potente americano di turno parlava dei così detti “Stati-canaglia” da aggredire man mano, e in nome di quella democrazia che, come scrive Terzani nel suo Un indovino mi disse, “è diventata ormai un’aberrazione dell’idea originale”.

Tutt’intorno si affrontava il problema della pace nel mondo, ma troppi erano i distinguo, i “se”, i “ma”. Pensa un po’: perfino i miei colleghi parlavano, quasi in coro, delle guerre necessarie, delle guerre etiche. E a niente o poco serviva il fatto che ricordassi che era stato criminale bombardare l’Afghanistan, una terra martoriata da sempre dalle voglie e dalle armi di troppi; terra “colpevole” di ospitare il covo dei Talebani, foraggiati fino al giorno prima dagli Americani, e provenienti, quasi tutti, da quel Pakistan e da quella Arabia Saudita che invece erano e sono alleati di quell’America che – sempre Terzani nella sua ultima intervista – definiva “puzzona”.

Recita un vecchio detto: “E’ inutile portare il cavallo al fiume. Se non ha sete, non berrà.” Eppure sentivo che nel mio piccolo dovevo fare qualcosa. Scrissi vari articoli che spedii a vari giornali. Alcuni vennero pubblicati e qualcuno rispose, portando avanti le sue ragioni imbastite, spesso, di guerre necessarie. Ma era già qualcosa: era l’inizio di un dialogo che, man mano, poteva coinvolgere e appassionare.

Poi partecipai in Sardegna a vari incontri-dibattiti sulla pace e sempre urlai forte la mia indignazione, il mio “no alla violenza”, la mia ricerca di altre soluzioni che potessero dare origine ad una rinascita vera, e non allo sterminio.

Seguivo, contemporaneamente, con crescente attenzione tutto ciò che accadeva al di là del mio orizzonte visibile, e vedevo Gino Strada, Tiziano Terzani, Alex Zanotelli, Vauro, Giulietto Chiesa ed altre belle persone, attraversare in lungo e in largo la penisola per portare un messaggio semplice, essenziale: non vogliamo altri massacri, un mondo “altro” è e sarà possibile quando saremo capaci di discuterne, di vedere, di portare avanti proposte che riequilibrino un mondo diviso male .

Ho sempre detto agli alunni che rispondere alla violenza con un atto ancora più violento – perché portato avanti in nome della “civiltà e della democrazia”-, non poteva, e non può, che far comodo a chi, proprio servendosi dell’atto terroristico, desidera innescare una spirale d’odio, di non-amore. Loro, i bambini, l’hanno capito… ma gli adulti?

Un amico che stimavo non poco e che credevo di conoscere, un giorno mi disse: “Se tutti la pensassero come te, Hitler sarebbe ancora al potere.” Ricordo che risposi : “Se tutti fossero stati come me, come Terzani, Zanotelli, Strada, Vauro e Giulietto Chiesa, Hitler al potere non sarebbe mai arrivato.” Fu questo il pensiero che in quella e-mail Terzani definì “stupendo!”, da raccontare alla fiaccolata del 10 dicembre, a Firenze.

Col passare del tempo, entrando sempre più nelle pagine dei suoi libri, ho scoperto che, quel Terzani che aveva risposto col cuore e con la ragione alle parole cariche di fiele della Fallaci, quel Terzani che aveva dato voce alla mia voce, che avevo cercato e “incontrato”nel sito di Max, aveva abbandonato, con fatica, l’eremo dell’Himalaya per scendere, con l’entusiasmo del “bambino permanente”, in pianura.

Anche per me, in fondo, è stato così. Essere a Roma, alla manifestazione per la pace, è stato come scalare l’Himalaya. Non è facile, anche a causa dell’insularità, andare dove il mio pensiero si posa. La motivazione per “aprire la porta di casa e volare”, deve essere carica di significati. Fortissima. Per la prima volta nella mia vita, alla bella età di cinquantatre anni, scendevo in piazza, scoprendo l’importanza non secondaria dell’uno in più, e “felice – come poi disse Terzani – di aver preso quella decisione.”

Gino Strada era “un medico con le idee confuse”? Vauro un “orso arrabbiato che corre a sinistra”? Terzani un “pacifista radicale”? Che sensazione lubrificante stare tra i folli!, pensai allora. Dove avremmo potuto trovare posto, poi, visto che quelli tra i “giusti” erano tutti occupati?

“Alla mia età – confida Terzani a Federica Morrone – si può anche essere presi per matti. L’importante è far arrivare il messaggio.”

E noi folli eravamo tanti, in quella folle marcia romana, nella quale si sentiva, forte, l’eco di milioni di folli, nel mondo.

Ed ecco la risposta alla tua domanda: il suo scoramento, era il mio scoramento. La sua giusta indignazione, la sua voglia di luce e la sua “follia” erano la fiaccola che mi consentiva di vedere meglio la meta.

Tiziano Terzani diventa Anam

Loreti. – Cosa hai provato nel vedere Terzani in tv? Cosa ne pensi del film realizzato da Mario Zanot? Quando uscirà in libreria pensi che lo farai vedere ai tuoi alunni?

Satta. – Siamo in sintonia, Àlen. Speravo che mi rivolgessi questa domanda, perché la prima volta che ho visto Terzani in tv è tutta da raccontare. Non so che giorno o mese fosse, ma ricordo che era il 2002 e che il libro Lettere contro la guerra era stato pubblicato di recente.

Come al solito, mio figlio – che più e meglio di chiunque conosce i miei appetiti culturali – me lo spedì da Pisa (solo in un secondo momento arrivò in libreria il libro allegato alla video-cassetta). Cercai frettolosamente qualche brano da leggere agli alunni e lo portai in classe.

A casa – erano circa le 23 – ricordai d’aver lasciato il libro in macchina, e decisi d’andare a prenderlo perché era impensabile andare a letto senza quel libro. Uscii, e ricordo bene che Cesare, il mio cagnolino, fu più veloce di me e scappò e, nonostante capissi il suo bisogno di compagnia, mi diedi della stupida. In fondo, avrei potuto rimandare la lettura al giorno seguente. Non sarei uscita e Cesare, che non sa passeggiare ma correre come un pazzo, non sarebbe andato in giro.

Invece era così che dovevano andare le cose perché… rientrai, decisi di attendere per un po’ il rientro del cane, mi sedetti in cucina e osservai la foto di Terzani in copertina.

Quasi contemporaneamente la mia attenzione fu attirata da qualcuno che parlava in tv, su Rete4 (ma allora anche lì, sotto il cumulo di foglie morte, ogni tanto c’è la vita…). E’ probabile che la trasmissione fosse La macchina del tempo o Appuntamento con la storia, perché ad intervistare un bel signore con la barba bianca era Alessandro Cecchi Paone.

Riguardai la foto di Terzani nella copertina del libro e poi nuovamente quel signore che parlava allegramente con Paone e diceva cose straordinarie.

Era proprio Terzani? Possibile?! Certo che era lui! Ecco il libro Lettere contro la guerra nelle mani del presentatore. Quando si dice il caso! Ma fu proprio il caso o… in quel preciso momento doveva verificarsi il nostro incontro per una sorta di magia? Mi piace pensarlo. Così come mi piacerebbe che qualcuno – perché non tu? – andasse alla ricerca di quell’intervista.

Il film di Mario Zanot… che dire? Ho avuto l’occasione di vederlo dopo il suo volo. Lo assaporai quando venne trasmesso. Lo rivedo – avendolo registrato – quando ho voglia di riconciliarmi con la vita. E’ evidente che dietro la macchina da presa c’è rispetto, coinvolgimento. Ammirazione senza confini.

Anche allora Terzani parlò di poesia, più esattamente di “congiura dei poeti”. E intendeva naturalmente riferirsi a quella poesia che – come scrive nel suo Un indovino mi disse, nel capitolo intitolato “Evviva le navi!” – “può accendere nel petto un calore, forte come quello dell’amore. Una poesia, meglio di tutti i whiskies, meglio del Valium e del Prozac, potrebbe tirar su, sollevare l’animo, perché alza il punto di vista da cui guardare il mondo.”

Aspetto ovviamente l’uscita del dvd di “Anam” in libreria, libero – questa volta – dalla pubblicità che toglie parte della musicalità al tutto. Non solo lo acquisterò e lo conserverò in quello che considero il “luogo delle cose vive” – tra i libri che respirano e i cd di Bertoli e De Andrè – ma ne parlerò agli alunni di ieri e di oggi, e ne farò dono alle persone che sanno riconoscere e assaporare la bellezza.

Abbracciando la poesia

Loreti. – Siamo alle conclusioni. Abbiamo iniziato con la poesia e siamo arrivati alla pace. Dalla pace torniamo alla poesia. Direi di chiudere questo nostro dialogo con le parole dei tuoi alunni, sei daccordo?

Satta. – Volentieri. È il finale più tenero e poiché viene dai bambini è il più vero. Ma prima di concludere ho voglia di ricordare il sogno di Terzani.

Sempre in Un indovino mi disse, scrive: “Scorgendo l’ombra di isole lontane, me ne immaginavo una ancora abitata da una tribù di poeti tenuti in serbo per quando, dopo il Medioevo del materialismo, l’umanità dovrà ricominciare a mettere altri valori nella propria esistenza.”

Il suo sogno è il mio sogno, è il tuo, è il sogno di tutti coloro che hanno imparato a far volare il cuore. Ed ecco i versi scritti dagli alunni nel 2002. È un acrostico, scritto giocando col nome di Angela, la moglie, quella “straordinaria donna” che lo costringeva, pur avendo raggiunto uno straordinario senso di leggerezza, a rimanere ancora nella fase della “foresta”, perché “non posso, né voglio rinunciare – così disse nel film-documentario di Zanot – a quest’ultimo desiderio.”

Non credi anche tu che, se lui potesse intervenire in questa nostra conversazione, condividerebbe?

Apriamo un mondo nuovo!

Nei nostri cuori

Giocano le idee

E canta l’allegria.

La vita, adesso,

Abbraccia la poesia…

È solo una mia impressione o senti anche tu la sua risata?

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Impaginazione e grafica: Àlen Loreti.

In copertina: Bakthapur, Nepal (1995), particolare

© Tiziano Terzani

Realizzato in collaborazione con la Sinistra giovanile di Imola (BO)

Febbraio 2005

Àlen Loreti collabora con la Sinistra giovanile di Imola. Ha curato un omaggio a Tiziano Terzani raccogliendo immagini e documenti del grande giornalista fiorentino: www.sgimola.it/terzani.html.

Cura il sito ufficiale del Tiziano Terzani Fans club:www.tizianoterzani.com

Per la Sinistra giovanile di Imola ha inoltre intervistato Carmen Covito, Giuseppe Caliceti, Eraldo Baldini, Franco Grillini, Giovanna Melandri, Gianluca Morozzi, Federica Morrone, Carlo Lucarelli, Vincenzo Cottinelli e Mario Zanot. www.sgimola.it/interviste.html

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