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Prefazione al libro “Poesie”

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Qualcuno potrebbe chiedersi perché mai un lombardo presenta un libro di poesie di una donna sarda.

Le ragioni che mi hanno fatto accettare l’invito della presentazione sono almeno due.

La prima è che da oltre vent’anni, da quando cioè il Movimento di Cooperazione Educativa aveva posto concretamente il problema del rinnovamento della scuola italiana mediante le tecniche di liberazione delle capacità creative, logiche ed espressive del bambino, in questa terra ci sono venuto molte volte ai corsi e ai convegni e ho conosciuto molti amici.

Da questi amici sardi, rimasti tali dopo tanti anni, ho cominciato a capire direttamente la situazione sociale, economica e politica di un popolo considerato serbatoio del resto dell’Italia : di materie prime e lavorate sottocosto come si fa con i popoli coloniali e della stessa mano s’opera.

Gli emigranti sardi sono ovunque nel nord dell’Italia.

Ho capito quindi la fiera solitudine di un popolo che ha alle sue spalle una civiltà di pastori, chiusa tra i suoi nuraghi ma soprattutto chiusa nelle sue leggi tramandate di generazione in generazione che gli studi di Antonio Pigliaru (traduttore del codice barbaricino ) mi avevano fatto capire nelle lontane radici storiche, e nelle più recenti questioni economiche prodotte dalla legge delle chiudende che aveva introdotto la proprietà privata della terra e confinato i pastori poveri sulle scogliere senza pascoli, lungo il mare.

Accadde così che mentre la mia attenzione si rivolgeva alla psicologia e alla storia di queste genti sarde – dai dialetti tanto diversi da risultare fra loro incomprensibili, ma dalla vita molto simile, radicati com’erano stati alla terra e diffidenti nei confronti del mare da cui erano sempre venuti i predatori e le sciagure -la bella terra sarda- dalle spiagge bianche e dal mare turchese- veniva proposta al turismo d’elite prima e a quello di massa poi, e a poco a poco distrutta da strutture edilizie in funzione consumistica.

Insieme alle bellezze naturali cominciava la distruzione della civiltà pastorale, con la sua cultura, i suoi riti, la sua filosofia.

Nel coro di Aggius, con i suoi canti popolari simili a quelli del mio paese, ho letto la storia della gente che racconta la vita e la morte, l’amore e la fatica, il lavoro, la felicità e il dolore.

Ho scoperto la poesia dialettale, che da noi invece non ha radici storiche come il canto.

La seconda ragione è che , quando uscì “AeB”, il giornale che dà la parola ai bambini in quanto cittadini italiani con gli stessi diritti e doveri degli adulti, fra le prime adesioni c’erano state alcune scuole della Sardegna: da Berchidda per esempio con la maestra Bastianina Calvia , e da Budoni con Rosalba Satta Ceriale, la maestra che scrive poesie.

Durante quell’estate ero in vacanza in Sardegna e andai a casa sua e da allora iniziò una corrispondenza :

le sue erano lettere scritte di getto quando un’idea, una riflessione, una tristezza la facevano vibrare e doveva dirlo a qualcuno. Mandava le poesie agli amici, e fra questi c’ero anch’io :

poesie amare o ardenti, frammenti di un’anima che sentiva amore per la vita, senso di giustizia, sofferenza per quanto accadeva alla sua terra devastata dai nuovi barbari venuti dal mare e alla sua gente che cedeva alle illusioni del consumismo.

Ma soprattutto che frugava dentro di sé , nel profondo, alla ricerca di un’identità coerente.

All’inizio dell’ultimo anno scolastico mi mandò una conversazione dei suoi bambini di prima classe elementare : parlava del “miracolo” di Elena, una loro compagna che alla scuola dell’infanzia non aveva mai detto una parola, nessuno conosceva la sua voce, e lì, con la maestra Rosalba aveva invece cominciato a parlare.

I bambini e la maestra cercavano di capire come mai il miracolo era avvenuto.

Credo che questo sia un documento-poesia fra i più belli.

Quest’estate ritornai in Sardegna e mi consegnò una raccolta di poesie.

E mi chiese di presentarle per la pubblicazione.

Io le dissi che non sono un critico letterario e la mia valutazione poteva essere solo una sincera ma soggettiva reazione a ciò che le poesie mi avrebbero fatto risuonare dentro.

Lei fu d’accordo perché

“la poesia – disse – non può , né deve essere sezionata , anatomizzata col bisturi del chirurgo.

L’autopsia –precisò – si fa ai cadaveri, alle cose morte”.

Non cercava un buon voto ,né voleva strappare un “giudizio favorevole” ma scoprire le vibrazioni che i suoi versi potevano creare in me.

Portai le poesie sulla spiaggia e le lessi nella luce bianca del sole, davanti al mare verde smeraldo di una piccola baia da favola.

Il vento sbatteva sui fogli e li gonfiava come vele.

Come le vele vere delle barche che danzavano sulle onde nel teatro della baia.

Davanti alla bellezza della natura e alla sua forza provai una strana sensazione :

le considerazioni di derivazione sessantottina sbiadivano e scomparivano, invece ciò che veniva direttamente dal cuore , e da sentimenti profondi e da forti emozioni, restava sulla pagina con la forza della verità.

Io, quelle parole forti e belle e vere le stampavo con l’immaginazione sulle vele bianche e colorate che passavano nel mare, a caratteri grandi come le scritte pubblicitarie, perché le leggessero tutti.

L’amore per il suo uomo, la nostalgia dell’infanzia, l’affettuoso rapporto col padre-poeta, lo struggente ricordo della madre, il senso della morte e altre sensazioni facevano risuonare dentro di me altrettanti ricordi ed emozioni.

Io credo che la poesia vale se esprime contenuti universali umani: il dolore, l’amore, la solidarietà, la felicità… tutto ciò che esprime in positivo il nostro essere persone consapevoli del mistero della vita e della morte.

Mi auguro che i lettori scorrano le pagine come quelle immaginarie vele su cui “stampavo” i versi più belli e provino le stesse emozioni che ho provato io quel giorno leggendo, tradotta in versi, l’anima di Rosalba donna, madre, maestra, poeta.

MARIO LODI

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PREFAZIONE

di

GIOVANNI PIGA

Rosalba Satta Ceriale, poetessa di finissima sensibilità, canta senza ridere ma anche senza lacrime. E’ un’artista che possiede un’ ampia visione della vita, che riesce a tradurre in razionali concetti le vibranti sensazioni che dalla vita stessa scaturiscono.

Figlia d’arte, Rosalba Satta Ceriale, adora il padre Franceschino, genitore-poeta e non ne fa mistero. Non perde anzi occasione per decantare i meriti di vate e padre affettuoso : “Se dovessi dipingerti /non farei il tuo ritratto…/ Dipingerei il tepore d’un abbraccio d’amore /il sorriso d’un saggio / le note/ della più dolce e eterna sinfonia ./ E vedrei te/il tuo viso /il tuo sorriso…/.

Sostenuta da una fede sincera la giovane Artista crede in Dio…anche se Lo cerca in continuazione. Quest’ansia la rivela in “Desiderio di Dio”, una composizione in cui evidenzia la sete di fede, di sicurezza per i propri sentimenti di donna e poeta. Cerca Dio e, a volte , Lo sente “vivo, reale e palpitante/ come un cuore bambino /dopo una folle corsa./.

La poesia di Rosalba Satta Ceriale è piacevole e penetrante, alla portata di tutti quei giovani a adulti che amano ascoltarsi e ascoltare.

Anche gli alunni della scuola elementare sono spesso soggetto ispiratore dei suoi versi (“Vi conosco bene sapete?/ Conosco il vostro nome/ la vostra età / i vostri piccoli grandi problemi / i vostri desideri/ i vostri continui perché…/) e intorno alla poesia ruota tutto il suo insegnamento, il suo “fare” scuola che ha come obiettivo primario quello di scuotere le coscienze, creando sensazioni e impedendo così che cresca e germogli il seme dell’indifferenza o dell’insofferenza.

Rosalba Satta Ceriale oltre che poeta è madre. L’importanza e la delicatezza di questi due grandi ruoli affiorano, senza scadere di musicalità e incisività, nei versi della poesia “Richiesta” : un braccio di ferro psicologico stressante che l’artista sostiene con la morte. Una lirica che presentiamo per intero per dar modo al lettore di penetrare in profondità nella dolcezza e nella durezza con le quali la Nostra dialoga con la morte. Il respiro pacato, frammisto a curiosità, dei versi iniziali (“Quando verrai a trovarmi /fai in modo che non oda il tuo respiro ./ Prenditi pure il mio. /Ma una cosa ti chiedo:/ fallo durante il sonno / mentre sogno / convinta d’esser tale / me bambina./Solo così potrò seguirti /senza riserva alcuna / curiosa di scoprire com’è il dopo…/) esplode in un boato di ribellione nel finale dell’ opera, quando l’ istinto materno prevale su tutto in difesa della vita : “Da madre non vorrei / e lotterei oltre il tuo nero sguardo./Non ti chiedo menzogne/ ma solo …un’illusione”/.

La Nostra prova un amore viscerale per la sua terra (“Se l’orgoglio non fosse generalmente un difetto, oserei dire che sono orgogliosissima di essere nata e cresciuta in questa terra”) che soffre, con dignità, la sua insularità: “La mia terra non ride./Non rise./ Né mai riderà ./Il riso è il privilegio dei buffoni ./ Delle pance piene dei padroni. / Delle menti vuote dei cialtroni…/.

Per Rosalba Satta Ceriale la poesia è un cavallo senza briglie , in sella al quale spazia in libertà in distese sconfinate, diffondendo la musica tenera “dell’arpa dell’anima” che “non tace”. Troviamo questa freschezza espressiva nei versi “Inno alla poesia” : una lirica in cui il respiro ansioso del poeta si eleva abbracciando orizzonti infiniti, meta spesso solo raggiungibile da chi ama dissetarsi nell’ acqua pura della poesia : “Corri incontro alla vita / senza fermarti mai / fino a giungere là…/ dove la terra è luce / e la luce colore ./ E dopo aver bevuto l’emozione / di un mondo che respira / corri ancora/ più forte /più temprato / oltre le sbarre / di un orizzonte misero / finito…

Rosalba Satta Ceriale concepisce l’essenzialità delle cose e la trasfonde nei versi senza stravolgerne la sostanza poetica . Le sue opere sono vive, palpitano , gridano con la voce dell’anima le mille sensazioni colte quotidianamente dal suo intimo di moglie, di figlia, di madre, di credente alla ricerca del giusto, della verità, della libertà , dei diritti umani.